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domenica 25 settembre 2011

giovedì 14 luglio 2011

Mario, all'angolo di via Boccea

Mario sta spesso seduto in qualche angolo di via Boccea, adesso che è estate segue il giro del sole per trovare posticini all'ombra. A volte non c'è neanche a cercarlo per tutta la strada: uno volta l'ho visto di sfuggita sul 46, chissà dove stava andando.
E' anziano, Mario. Non saprei dargli un'età, forse però è più giovane di quello che sembra. Piccolo, magro e con una ragnatela di rughe sul viso, dà un'idea di pulito. Se ti avvicini a parlargli sgrana grandi occhi celesti, come per vederti meglio. Porta sempre in testa un berrettino tipo quelli da baseball e accanto ha una piccola borsa da viaggio.
Non è sempre da solo, però. Via Boccea è una strada frequentata, piena di negozi. Spesso qualcuno si ferma a parlare un po' con lui, soprattutto donne, ragazze e signore più in età. Fa tenerezza, Mario. A volte mi siedo vicino a lui e gli chiedo come sta e se ha bisogno di qualcosa. Parla con una voce esile e sembra faccia un po' di fatica a trovare le parole, quando fa così sembra un bambino. Non parla molto ma ascolta volentieri e non accetta soldi, Mario: non li vuole. Ti guarda con gli occhioni celesti e ti chiede piano con un sorriso senza denti se gli puoi comprare una pasta alla mandorla, perchè è morbida e la può masticare bene, e un succo d'arancia, perchè c'è la vitamina C. Certo che te la compro la pasta alla mandorla, Mario... a anche quella con la mela, perchè è morbida anche quella, poi mi siedo un po' con te e ti racconto qualcosa.

giovedì 29 aprile 2010

Piccole discriminazioni cresceranno (un giorno)

Leggo stamattina su Polis di Roma... Una scuola elementare della Capitale, la Vico a piazzale degli Eroi, ci mostra un altro esempio di discriminazione sui bambini. Questa volta non si parla di mense ma di religione. Premetto che non si tratta della scuola dove va Andrea, ma la cosa mi colpisce perchè io sono cresciuta tra piazzale degli Eroi e via Andrea Doria: zona mia dunque, dove vivono ancora i miei genitori e soprattutto vicinissima a dove abito adesso.
Questi i fatti: noto a tutti che siamo in periodo di comunioni, mese di maggio tutti col saio a ricevere Gesù. Gli alunni della Vico che domenica prossima si accosteranno per la prima volta a questo sacramento hanno ricevuto in dono dalla scuola un braccialettino colorato e per premio non faranno i compiti durante il week end. Gli altri niente, sono stati esclusi dal regalino e dovranno anche fare i compiti per lunedì.
Una mamma si è fatta un po' rodere dall'accaduto (la figliola c'è rimasta male) e si è rivolta alle maestre e anche al dirigente scolastico. La risposta è stata che i bambini devono abituarsi a questo genere di cose e poi è stato specificato che quei bimbi hanno ricevuto il premio perchè hanno accolto Gesù nel loro cuore.
Per fortuna anche altre mamme si sono ugualmente indignate e quindi il gruppo delle "protestanti" si sta facendo nutrito. Tutta la mia solidarietà.
Il fatto si commenta da solo, non aggiungo altro.
Solo questo: una conferma in più (semmai ce ne fosse stato bisogno) alla mia convinzione che abbiamo fatto bene a non far battezzare Andrea tanto per farlo. Sceglierà lui quando sarà grande e potrà valutare lui stesso il valore di episodi del genere.

lunedì 5 maggio 2008

L'omo è omo

Fino a pochi minuti fa avevo intenzione di scrivere ancora a proposito delle aggressioni neofasciste. I recentissimi fatti di Verona (ho appreso poco fa al TG che Nicola, il ragazzo picchiato fino allo stremo, è morto), gli ultras del Napoli che attaccano un pullman di tifosi romanisti in autostrada, Bossi che parla di fucili caldi e di 300.000 martiri sulle montagne pronti a morire per la Padania libera (ma libera da che?) mi sollevano inquietanti paranoie che possono riassumersi in un'unica grande domanda: Ma riusciranno a tenerli sotto controllo adesso che si sentono legittimati a fare 'sta roba?
Poi ho cambiato idea e mi sono detta di cambiare registro, almeno per oggi, e di raccontare qualcosa di divertente.
Tempo fa eravamo in campagna dai miei: mio fratello Riccardo stava cucinando sul barbecue in giardino ed emanava, verso la fine della cottura, un interessante quanto succulento afrore di carbonella, spuntature e salsiccie. Scherzando, abbiamo fatto notare la cosa a Katia, la sua compagna, la quale prontamente ha emesso questa sentenza che non conoscevo e che mi ha fatto piegare in due dal ridere

L'omo ha da puzzà
e la donna deve puzzà de la puzza dell'omo suo

Due considerazioni.
La prima: molto utile, perchè l'uomo, in questo modo, può annusare la sua donna e capire subito, se sente una puzza che non è la sua, se è stato tradito o meno.
La seconda: dopo il femminismo, io sono mia, le lotte per la parità... non possiamo avere la soddisfazione di puzzà della puzza nostra personale: dobbiamo omologarci a quella della nostra gentile metà.

venerdì 19 ottobre 2007

La dolce vita

Oggi pomeriggio qualcuno, ancora ignoto, ha versato un secchio di liquido rosso nella Fontana di Trevi qui a Roma, colorando tutta l’acqua. Tecnici della Acea provvederanno a verificare la natura del liquido ed eventuali danni ai marmi e alle celebri statue.

C’ero passata proprio stamattina di là, poco prima di pranzo e tutto era come sempre. Tantissimi turisti che scattavano foto, gettavano monetine… persino un gruppo di bimbi delle elementari che si attardava alle bancarelle di souvenir mentre le maestre li spingevano avanti. C’è sempre ressa intorno alla fontana, soprattutto in certi orari. Lo sconosciuto ha lanciato il suo secchio pieno di vernice rossa ed è fuggito in mezzo alla folla.

Dall’ANSA: Una scatola contenente alcuni volantini è stata trovata al lato della Fontana di Trevi: sui volantini l'atto di colorare l'acqua del monumento è stato rivendicato dalla sigla 'Ftm Azione futurista 2007'. "Oggi nasce con noi una nuova concezione violenta della vita e della storia, che esalta la battaglia a scapito della pace e disprezza voi leccaculodiartificiosipoteri, schiavi del mercato globale". E' uno dei passi del volantino con cui "Ftm azionefuturista 2007" ha rivendicato l'atto vandalico a piazza Fontana di Trevi a Roma. Nel volantino c'é un chiaro riferimento al movimento futurista di cui si ricorda la nascita a Parigi nel 1909, si rivendicano i legami di quel movimento e si afferma l'intento di essere all'avanguardia e scontrarsi "contro tutto e contro tutti con spirito di lotta e sana violenza" ma soprattutto di fare "di questa società grigioborghese un trionfo di colore".

Non c’è bisogno di commentare la matrice dell’atto vandalico, credo sia chiara per tutti.

Chissà cosa direbbero quei due nella foto lì sopra…

martedì 18 settembre 2007

Cinquanta lire di pizza bianca

10 novembre 2006

In questo periodo sono in vena di ricordi... tiriamone fuori un altro dal cappello: la pizza bianca del fornaio. Qui a Roma è una vera istituzione, si dice che i panettieri iniziarono a farla per verificare, con un impasto molto semplice e poco costoso, senza sprechi, il giusto calore dei forni, prima di metter dentro il pane lievitato. E questo la dice lunga sulle sue origini: di poche pretese, nata quasi per caso e per altri scopi. Capita, a chi è fortunato. La bianca del fornaio è diversa da quella che si vende nelle pizzerie a taglio: a Roma si fa non molto alta, scrocchierella ma qualche pezzetto più mollicoso qua e là, con poco olio e sale sopra. È buonissima. E da quello che vedo girando un po', si trova per lo più da noi: a Perugia, ad esempio, non la fanno. Il mio amico Maurizio, romano ma che vive ormai a Monza da parecchi anni, mi raccontava tempo fa che la pizza bianca doc lassù non la trova e che un suo rammarico è che non la può mettere per merenda nello zainetto di suo figlio all'asilo. Lo capisco: Andrea ne va pazzo e spesso a casa la usiamo a volte anche come pane.
Uno dei ricordi a cui sono più affezionata riguarda proprio la pizza. Quando andavo alle elementari mio nonno spesso la mattina mi accompagnava a scuola e appena usciti, girato l'angolo del nostro portone, c'era un fornaio (adesso c'è un negozio di delicatessen): cinquanta lire di pizza bianca, per favore, e via in tasca al cappotto in inverno e al grembiule in estate. Era tanta, a volte non riuscivo a finirla, ma era un appuntamento immancabile durante la ricreazione.
E c'è un altro ricordo che riguarda la pizza bianca, secondo me bellissimo, che non mi appartiene ma lo prendo in prestito per raccontarlo qui. Mia madre bambina, cinque anni o poco meno, per mano a mia nonna. Gli americani finalmente a Roma, da pochi giorni la città è stata liberata: sono tutti felici, i soldati regalano ai ragazzini le gomme da masticare, mai viste da queste parti, e cose buone da mangiare. Dopo tanti tanti mesi in cui non si trovava da mangiare era una festa, la farina era finita da un bel pezzo. Mamma bambina e nonna camminano sulla nostra strada tenendosi per mano e mio nonno va loro incontro, sorridendo contento e mostrando un pacchettino che tiene tra le mani: Hanno rifatto la pizza bianca!

lunedì 17 settembre 2007

Diario di una cogliona

11 aprile 2006

Ho bisogno di ricostruire con calma quest'ultimo periodo, di cui non ho capito un granché: troppe cose da fare ed emozioni che intrecciano. Mentre si snodano gli avvenimenti che mi appresto a raccontare, fuori dalla mia visuale viene ritrovato il cadavere di un bambino rapito, ci sono i duelli in televisione, affondano i traghetti, si va a votare, si catturano latitanti, si vincono, per così dire, le elezioni.

Lunedì 27 marzo
Esterno, mattina. Mi trovo quasi per caso sulla via Cassia, al capolinea del 224. Per fortuna non ho ancora messo gli auricolari, perché altrimenti non riuscire a sentire il disperato miagolio di una gattina nata da poche ore abbandonata sotto i sedili della pensilina. La prendo in mano, ha il pancino freddo, e cerco di scaldarla, per fortuna c'è il sole ed è una bella giornata. La porto con me in ufficio e tutti ci attiviamo per il salvataggio. Teto, il mio cuginottone veterinario veramente in gamba, viene subito interpellato via cellulare e ci dà immediatamente le dritte giuste. La piccola deve essere nutrita ogni due ore: decidiamo che verrà a casa nostra per la notte e la mattina ce la porteremo in ufficio, dove ziaConsu e ziaSimo sono insostituibili nel darci una mano.
Interno, notte. Alla poppata delle 03.00, in cucina mentre scaldiamo il latte artificiale, io & Stefano abbiamo dei dejà vu pazzeschi e bellissimi rievocando quando lo facevamo per il nostro nanetto.

Martedì 28 marzo
Esterno, giorno. La gattina sopravvive, mangia e dorme. La portiamo in metro nella borsa che usavamo quando Andrea era piccolo.
Interno, tardo pomeriggio. Stefano comincia a dire che forse forse la potremmo tenere con noi per sempre...

Mercoledì 29 marzo
Interno, notte. Cominciamo ad accusare un po' le veglie forzate di notte... ormai non siamo proprio più dei ragazzini.

Venerdì 31 marzo
Stazione Termini, mattina presto. Alle 06.30 ho il treno per Milano. La mia mamma deve fare un intervento per cambiare un pezzo della protesi d'anca che ha fatto ormai ben 13 anni fa. Non si opera a Roma per ragioni troppo lunghe da spiegare qui. Lascio marito, figlio, gatta e parto. Magari lassù riesco pure a vedere laCri.
Interno, primo pomeriggio. L'intervento è andato bene, il chirurgo è soddisfatto e anche noi. Mamma dorme e bofonchia tutto il resto della giornata, complice una flebona di morfina.
Notte. Rimango con loro in clinica fino a tardi, poi me vado a dormire e mi faccio tutto un sonno, alla faccia di Stefano che si fa da solo la poppata dell'1.00, delle 3.00 e delle 6.00.

Domenica 2 aprile
Primo pomeriggio. Mi dispiace lasciare i miei da soli a Milano, anche se si trovano in un luogo estremamente confortevole e sono in ottime mani. So che la mia presenza in questi giorni ha dato loro sicurezza e conforto. La mia mamma aveva una gran paura di non risvegliarsi, ma adesso il peggio è passato. Sono alla Stazione Centrale, alle 14.00 c'è il treno per tornare a Roma e ho un po' di magone.
Stazione Termini, tardo pomeriggio. Il caos di Roma mi accoglie: ma che è tutta 'sta gente? Poi realizzo: oggi è l'anniversario della morte di Giovanni Paolo II. Pellegrini festanti da tutte le parti: sotto la metro ci sono i ragazzi della protezione civile che smistano nei vagoni. Un incubo... sono schiacciata da turistacci di ogni genere dotati di cappellini, fazzoletti al collo e medagliette della madonna. Per fortuna a Ottaviano-S. Pietro scendono tutti e se ne vanno devotamente a fare in culo in Vaticano. Il pastore tedesco alle 21.37 reciterà il rosario, mica ce lo vogliamo perdere, no?
Finalmente arrivo a casa e trovo la seguente situazione:
1. Andrea sembra un po' caldino... gli misuro la temperatura: 38.2.
2. Stefano si è perso le chiavi di casa.
3. Tobia, il cane dei miei, è a casa nostra e non ha capito che pipì e popò si fanno fuori, in strada. Ha nemmeno tre mesi e pesa 9 chili e spiccioli, ma vuole ancora venire in braccio: non ha capito nemmeno che non è un cane da grembo.
4. La gatta mangia e dorme: la più buona di tutti.

Lunedì 3 aprile
Interno, mattina. Rimango a casa perché Andrea ha la febbre alta, Stefano va in ufficio con Tobia e la gatta rimane con me. La portiera ha trovato le chiavi di casa che il mio grande amore si era perduto: le aveva lasciate appese alla cassetta delle lettere. Rallegramenti.
Interno, pomeriggio. Telefono alla pediatra per chiederle lumi: potrebbe essere una forma virale (ma che è?), acetone (per via dell'alito che le descrivo), oppure una malattia esantematica. Ma dottoressa, le dico, il mio nano è vaccinato per la varicella, il morbillo, la rosolia... Sì, risponde, ma cè sempre la scarlattina! Capirai, io non ho neanche mai vista come è fatta... Rassicurata, diciamo così, dalla telefonata, procedo con le poppate giornaliere: ormai la gattina ha accettato il biberon e sta benissimo. Però sono due giorni che non fa la cacca: decido di rompere le scatole a Teto, il quale dice di preoccuparmi solo se non mangia e se la vedo inattiva. Massaggini alla pancina e passa la paura.

Martedì 4 aprile
Interno, mattina. Sto ancora a casa con il nano e la gattina, Stefano & Tobia in ufficio. Playstation a tutto spiano: lo so che ai bambini fa male ma non riusciamo a smettere di giocare a La terza era, che rievoca con discreta efficacia tutta la vicenda del Signore degli Anelli. Sconfitto il Balrog dobbiamo affrontare un branco di warg e, voi capite, finché non ci riusciamo non possiamo assolutamente smettere...
Interno, notte. Decidiamo definitivamente di tenerci la gatta, anche dopo lo svezzamento. Ormai è ufficiale: siamo in quattro. Ha ancora gli occhi chiusi, per darle un nome aspetteremo che li apra.

Mercoledì 5 aprile
Interno, pomeriggio. Alle 16.00 mi torna a casa Stefano dall'ufficio con la febbre alta, il cane, per fortuna (altrimenti mia madre quando torna mi scuoia), è illeso. Sistemazione in casa: marito & figlio al lettone moribondi, gatta che mangia (sempre ogni due ore) e dorme, Tobia che sta imparando a fare in strada le sue cosine, qualche volta ci riusciamo qualche volta no.
Interno, notte. La micia finalmente fa la cacca. Sollievo generale. Mando un sms a Teto, che per fortuna mi conosce da sempre e non mi prende per pazza.

Giovedì 6 aprile
Esterno, giorno. Cambiamo formazione: Stefano & nano a casa con l'influenza + gatta, io al lavoro con Tobia. Il viaggio in metro Cornelia-Spagna non si rivela una passeggiata: il cucciolone ha paura di fare le scale mobili (in braccio, 9 chili) e ulula disperato ogni volta che il treno apre le porte per far scendere/salire i passeggeri. Una telefonata di Stefano informa me, ziaConsu, ziaSimo e Tobia che la gattina ha finalmente aperto gli occhi. Grande emozione per tutti, mando un altro sms a Teto-veterinario che probabilmente farà ufficiale richiesta di rinunciare alla parentela.
Porto il cagnolone ogni tanto a fare una passeggiatina: le cose cominciano a funzionare per bene e il cane fa la cacca, tanta, davanti ai tavolini di un bar elegante di via della Croce. La raccolgo subito con la palettina ma i camerieri mi guardano ugualmente malissimo. Un vantaggio comunque c'è, anche se non sono interessata all'articolo: non potete immaginare quanti bonastri si rimorchiano con un cuccioline al guinzaglio, provare per credere (affitto il cane a 10 euro l'ora).
Interno, pomeriggio. Durante il tragitto di ritorno Spagna-Cornelia, sempre con le modalità di cui sopra ma con metro affollata (sempre più difficile!), Tobia fa amicizia con un gruppetto di simpatici ragazzi zingari-musicisti. Ho la tentazione di lasciarglielo, ma poi penso che mamma mi ucciderebbe. Scendiamo tutti insieme alla nostra fermata, baci abbracci e grandi feste. Per precauzione controllo il portafoglio, ma poi mi pento di essere così malfidata. L'amore per gli animali unisce molto più di qualsiasi altra cosa, permettendo di comunicare a persone anche molto diverse tra loro.
Interno, sera/notte. I miei due uomini hanno ancora la febbre... che palle! Giro come una trottola tra i malatini, la gatta e il cane. Dimenticavo di segnalare che Tobia, esce con grande profitto la sera verso le 23.30 e la mattina verso le 06.30 (oltre alle altre uscitine minor giornaliere). C'ho un sonno da morire: per fortuna alla gatta di notte pensa Stefano (poppata delle 03.00 e delle 06.00). Ogni tanto penso con nostalgia al mio povero blog abbandonato e ai miei bloggers amici trascurati.

Venerdì 7 aprile
Idem come sopra

Sabato 8 aprile
Stazione Termini, primo pomeriggio. I miei tornano finalmente a Roma, mamma dovrà stare un po' di tempo tranquilla.
Interno, sera. Andrea e Tobia sono diventati grandi amici: guardano la televisione insieme sul divano (litigandosi il posto migliore sul divano) e giocano correndo per tutta casa correndo, urlando e abbaiando. Il nano dice testualmente tutto contento: ma lui è come un bambino! Domani andiamo a votare.

Domenica 9 aprile
Esterno, mattina presto. Ho davvero ritrovato il gusto, dopo tanto tempo, di farmi una passeggiata in compagnia di una cagnolone, anche se sono le 05.30 chi se ne frega, certi piaceri bisogna coglierli al volo. Ormai Tobia ha imparato: sono giorni che non sporca più in casa. Mentre camminiamo insieme per le strade silenziose e ancora buie penso che oggi lui tornerà a casa sua... ci mancherà tanto, anche se mi rendo conto che in questi giorni ho trascurato, per mancanza di tempo, tante cose importanti.

Lunedì 10 aprile
Interno, sera e notte. Ve lo lascio immaginare... persino il nanetto si accorge che qualcosa non va per il verso giusto.

Martedì 10 aprile
Esterno, mattina. Esco di casa con un senso di preoccupazione e angoscia per questo Paese diviso in due: quando la metro passa sul ponte all'aperto tra Lepanto e Flaminio vedo un sole timido brillare precario sulle acque del Tevere. Precario, proprio come noi.

E uscito Miao?

14 gennaio 2006

Non è un segreto che giocare sia una delle cose che preferisco fare. Anzi, forse avrei fatto migliore figura a indicarlo fra le mie 5 stranezze. Penso che questo fatto, in questo momento della mia vita in cui fare la mamma mi impegna molto piacevolmente, sia una vera e propria fortuna. Spesso mi capita di parlare con altri genitori per i quali mettersi a giocare con i propri figli rappresenta una pesante incombenza. Io mi diverto, invece, a trascorrere qualche ora con il mio nanetto immersi nel gioco: un po' di tutto. Sono brava a giocare con la playstation, con il pc, con il gameboy: quando Andrea mi dice sei grande, mamma! se riesco a finire un quadro difficile mi sento proprio orgogliosa.
Certo che i giochi sono davvero cambiati. Mio figlio mi guarda ancora un po' strano se gli racconto che quando avevo la sua età la TV era in bianco e nero e c'erano solo due canali che non trasmettevano nemmeno tutto il santo giorno. Se gli dico che non c'erano i DVD e i giochi elettronici... che Cenerentola si poteva vedere solo al cinema... Qualche anno fa ci ha fatto morire dalle risate: i miei genitori nella casa in campagna conservano in cucina ancora funzionante un vecchio piccolo televisore in bianco e nero. Quando Andrea lo vide acceso la prima volta corse dalla nonna (mia madre) dicendo allarmato a gran voce nonna, la TV in cucina è rotta! non ci sono i colori! Strano a pensarci, no? Pensare anche che lui non ha idea di cosa siano le lire, ad esempio... nel salvadanaio del Milan che laCri e Lele gli hanno regalato ci mette i centesimi di euro...
Comunque, torniamo al punto. Da ragazzina mi piaceva moltissimo giocare con i Lego: io e mio fratello costruivamo per ore città rosse con i tetti verdi. E poi c'erano le bamboline di carta da ritagliare con i vestitini da applicare con le linguette, gli album da colorare... Il Subbuteo! Ma ve lo ricordate con i giocatori piccolissimi le cui gambette si staccavano dalle basi e bisognava ogni tanto rimetterci la colla? Avevamo inchiodato il campo verde a una grande tavola di compensato che tenevamo appesa alla parete, quando non serviva. La TV dei ragazzi iniziava alle 16, se non ricordo male, ed era anche l'ora della merenda: pane e Nutella la richiesta più frequente. Giocavo un sacco anche con il Dolce Forno: venivano fuori delle disgustose focaccette gommose che nessuno voleva mai assaggiare.
Mio nonno Gottardo era un grandissimo inventore di giochi: giochi di esplorazione, soprattutto. Riusciva a farci esplorare una foresta sconosciuta e piena di pericoli nel cuore di villa Pamphili... a poche fermate di 31 da casa nostra. Portava sempre la pizza bianca per sostentarci durante il viaggio. E poi faceva un gioco indimenticabile: prendevamo un autobus vicino casa, poi un altro e poi scendevamo in un posto qualsiasi. Lui faceva finta di essersi perso nella città. Come faremo adesso a tornare a casa? Qui non ci sono mai stato. Ricordo ancora con un piacere immenso quello splendido miscuglio di paura e fiducia che mi prendeva, pensando al pericolo che stavo correndo lontano da casa e la sicurezza, comunque, che nonno avrebbe ritrovato la strada giusta. Chiediamo a qualcuno dove siamo� E partiva l'esplorazione. Devo ricordarmi di giocarci una volta con Andrea. Gottardo era anche un grande narratore: ci raccontava episodi divertenti di quando era bambino... di molti non sono ancora riuscita a capire se erano veri o inventati. Forse un po' tutti e due.
E poi c'era Miao, il mio preferito. Era un giornalino con tutte cosine da ritagliare, incollare, costruire, completare, colorare. Mi piaceva da morire, guardo sempre sulle bancarelle o nei libri usati per vedere di rimediarne almeno una copia da conservare tutta per me. Mi ricordo perfettamente che una volta alla settimana andavo dal giornalaio, la mia mano in quella di mia madre, e chiedevo: è uscito Miao?

Gottardo, Girardengo & De Gregori

14 marzo 2005

Mio nonno si chiamava Gottardo, non chiedetemi come mai i suoi genitori avessero deciso di chiamarlo così perché non lo so. Era nato nel 1914 e sono ormai tanti anni che non c’è più. Per me e mio fratello è stato un nonno speciale: era molto bravo e accogliente con i bambini, un po’ meno con gli adulti ma questa è un’altra storia. Era un appassionato di ciclismo, non tanto in prima persona, anche se gli piaceva molto andare in bicicletta. Amava seguire in televisione e sui giornali il Giro d’Italia e la Milano-Sanremo. Sulla spiaggia in estate costruiva delle bellissime piste con la sabbia su cui facevamo decine di tornei con le palline di plastica trasparente (ve le ricordate?), molto leggere, con all’interno le immagini dei campioni del ciclismo. Guardavamo con lui le gare alla TV, un po’ ci annoiavamo perché ci sembravano tutte uguali, non succedeva mai niente di speciale e non vedevamo l’ora che tornasse a giocare con noi… personalmente non ho mai capito lo spirito del ciclismo, anche se nonno Gottardo mi diceva che era un gioco di squadra e che dove dovevi essere davvero molto forte e paziente per arrivare al traguardo. Ci raccontava la storia di Coppi e Bartali, la Dama Bianca, Alfredo Binda… ma soprattutto diceva che per lui il più grande campione di tutti i tempi era stato Costante Girardengo. Era stato il campione della sua infanzia e adolescenza, quando si poteva seguire il Giro solo sui giornali e possedere una bici era un sogno per la maggior parte dei ragazzini. Quello che non mi aveva raccontato e che ho scoperto solo qualche anno fa riguarda l’amicizia di Girardengo con un famoso bandito italiano dell'epoca: Sante Pollastri, suo grande tifoso. Era sempre riuscito a farla franca, ma quando un poliziotto scoprì sua la passione per il ciclismo e per il grande campione, riuscì ad arrestarlo nei pressi di un traguardo dove Sante aspettava l’arrivo dell’amico. Questo episodio della vita di Girardengo suggerì a Francesco De Gregori l’idea per una canzone che a me piace molto e che riporto di seguito.
Anche a Gottardo sarebbe piaciuta, purtroppo non ha potuto ascoltarla.

domenica 16 settembre 2007

Oggi racconto una storia

2 novembre 2005

Mery e Piera sono amiche fin da bambine. Ciascuna a modo suo è un po' sola e perciò stringono un'alleanza fatta di giochi e confidenze. Mery abita al secondo piano con la mamma, il suo papà è disperso in Russia e non lo ha mai conosciuto. Piera sta al quinto piano e spesso stanno tutte e due lì, nel tinello, a giocare con le pentoline sotto la finestra. Da figlie uniche diventano sorelle e insieme sognano il futuro.
Le due bambine crescono e adesso sono due ragazze carine che il sabato vanno a ballare con i fidanzati. Vanno di moda le calze di seta, ma loro non hanno soldi per comprarle e allora passano il pomeriggio a rovistare nella sacca in cui Bruna, la mamma di Mery, conserva tutte le sue calze spaiate, alla ricerca di due il cui colore sia abbastanza simile da poterle indossare. Poi si fanno belle e si asciugano i capelli al calore della stufa in cucina.
Mery e Piera si sono sposate: hanno il pancione insieme. Sembrano due mongolfiere con i capelli cotonati. Ridono sempre e stanno sempre insieme: hanno la fortuna di abitare ancora a poca distanza l'una dall'altra.
I loro figli adesso sono grandi: sono amici anche loro, legati da vero affetto. Sono così cresciuti che sono addirittura genitori a loro volta. Mery e Piera sono nonne. Purtroppo i nipotini di Mery sono lontani, vivono in un'altra città, ma Mery vede spesso quelli di Piera e Andrea e Giulia le vogliono tanto bene.
Mery tutte le mattine alle otto e venti si affaccia al balcone della sua casa, al quarto piano, e saluta con grandi gesti Andrea che passa con la sua mamma per andare a scuola. Andrea e la mamma guardano sempre in alto per vedere quel viso sorridente: è un appuntamento tenero e dolce.
Da questa mattina Mary non c'è più, ma noi continueremo a guardare quel balcone al quarto piano per tanto tempo ancora e ci sembrerà di averla ancora un po' vicina.

Stefano, Andrea & le merendine

10 maggio 2005

Si fa un gran parlare di bambini obesi, che stanno troppo davanti al televisore e mangiano schifezze. Grazie al cielo con Andrea non abbiamo questo problema: guarda poco la TV e gli piace soprattutto pane e mortadella o salame, quando si sente particolarmente raffinato gradisce anche la bresaola. E' parecchio tempo che le merendine del mulino bianco sono sparite da casa nostra un po' per motivi ideologici, un po' perché alla fine si ammuffivano e se ne andavano da sole, dicendo che non si erano trovate bene nella nostra dispensa. Capiamoci bene, non sono una che si mette a fare i ciambelloni e le crostate: purtroppo non ho il tempo materiale di mettermi a smanettare il superfluo, anche se mi piace molto cucinare e in genere me la cavo piuttosto bene. Basta merendine, quindi nello zainetto del nano metto un panino con qualcosa di buono dentro oppure un po' di pizza bianca.
La faccenda delle merendine mi è venuta in mente perché c'è un aneddoto che Stefano, il mio gentile consorte, racconta sempre. I suoi genitori sono ancora oggi molto salutisti in fatto di alimentazione e, quando lui era ragazzino, non solo le merendine di tutte le marche erano bandite, ma anche altre cose più o meno confezionate o di incerta derivazione. Sembrerebbe che tutto ciò gli abbia procurato un trauma irreversibile. In particolare, ricorda che in estate, sulla spiaggia, a un certo punto della mattinata, l'altoparlante dello stabilimento annunciava il trionfale arrivo al bar delle famigerate pizzette rosse. Tutti gli altri bambini correvano con i soldini in mano verso la meravigliosa ed esotica merenda, mentre lui si ritrovava sull'asciugamano con in mano una fetta di crostata con la marmellata fatta in casa. Sono certa che la sua mamma nutriva le migliori intenzioni somministrandogli il dolce preparato con le sue amorevoli mani, tuttavia ciò gettava il ragazzino in una profonda inquietudine dominata dalla domanda perché loro sì io no?
Non ci crederete, ma ho scoperto, con la scuola materna di Andrea, che la merendina è anche una specie di status simbol tra i ragazzini. Esempio: portarsi i biscotti frollini nello zainetto è un po' da fagiano (loro dicono da piccoli), mentre il pacchetto di patatine con la sorpresina dentro è da gran figo (ovvero da grandi). Il segreto dunque, per evitare la sindrome della pizzetta rossa nelle future generazioni, è dosare bene il tipo di merende da mettere nello zainetto: un pacchetto di patatine con sorpresina una volta a settimana, anche se sono fritte e fanno male, ho sperimentato che garantisce l'immunità.