lunedì 17 settembre 2007

Siamo tutti un po’ Shahrazàd

Mi piace leggere storie. Uno dei motivi per cui ho aperto questo blog è proprio questo: leggo le storie che scrivete e vi racconto le mie, uno scambio equo e solidale. Mi dispiace non saper inventare racconti e dargli una forma… peccato, sarà per la prossima vita. Forse è proprio per questo che sono affascinata dagli intrecci, dalle strutture narrative che si intersecano e completano in modo perfetto. Mi diverte moltissimo cercare significati e connessioni laddove, apparentemente, non ce ne sono.

In questi giorni ho girato un po’, era tanto che non lo facevo, tra blog sconosciuti, in punta di piedi per non disturbare, senza lasciare commenti. Solo per il gusto di leggere e incastrare tra loro frammenti di vite lontane e diverse, descritte a volte con ironia, altre con passione o distacco. Metafore, allusioni alla realtà di tutti i giorni.

Mi sono inoltrata nei “boschi narrativi” del web, una passeggiata interessante e densa di emozioni, un piacere notturno consumato nella casa silenziosa e tranquilla, mentre Stefano e Andrea dormono. Partire da un blog trovato in hp, magari, vedere di cosa si tratta, andare indietro nel tempo e curiosare tra i link. Si iniziano percorsi straordinari, a volte, in cui frammenti di storie ne incontrano altri, formando un disegno che nessuno ha progettato, che si è formato da solo, con grazia e leggerezza.

E allora mi è venuta in mente lei, Shahrazàd, la tessitrice delle notti. Conoscete Le Mille e una Notte? Il sultano Shahrivàr, tradito dalla moglie, non vuole fidarsi mai più delle donne. Trascorre ogni notte con una vergine diversa, poi il mattino dopo la fa giustiziare, in modo tale che non potrà mai essergli infedele. Dopo tre anni in cui molte fanciulle sono morte in questo modo Shahrazàd, la figlia del visir, decide di darsi in sposa al sultano, per cercare il modo di fermare la strage. Dopo l’amore, la ragazza inizia a raccontare una storia intrigante fino all’arrivo del mattino, che la interrompe prima di essere giunta alla fine. Shahrivàr dà ordine quindi di non ucciderla per conoscerne la conclusione. E Shahrazàd così va avanti per mille e una notte, narrando storie che si intrecciano come gli anelli di una catena, che contengono al loro interno altre storie, come scatole cinesi. Infine, il sultano decide che forse non tutte le donne vale la pena di uccidere: racconto dopo racconto, notte dopo notte, si è innamorato di lei.

Eccola, dunque: la blogosfera come Shahrazàd, affabulatrice e seducente, che manipola e propone infinite storie frutto di incroci e contaminazioni, frammenti di vite diverse ambientate in luoghi il più delle volte imprecisati, come quelli delle fiabe, in un tempo narrativo che nella maggior parte dei casi è un presente che indulge al passato, perché altrimenti è impossibile raccontarsi e farsi capire da chi non ti conosce. Nella blogosfera, come ne Le Mille e una Notte, i personaggi spesso hanno solo un nome, un nikname, e un compito: quello di portare avanti una parte della storia.

Buona passeggiata a tutti.

domenica 16 settembre 2007

De amicitia

28 novembre 2005

Guardo con impazienza la gente che esce dalla metropolitana. Cerco capelli neri e una fronte alta e spaziosa. Ma perché non ho ripassato per bene la foto sul suo blog stamattina, prima di uscire di casa? Invece la riconosco subito e le vado incontro: curioso, sono emozionata.
Fino a qualche anno fa pensavo che i miei amici veri sarebbero stati solo quelli che conosco da una vita. Quelli con cui si è cresciuti insieme e con cui si è condiviso tanto. Chi mi ha fatto cambiare idea è stata ziaConsu: quando siamo diventate amiche, ormai quasi dieci anni fa, ho improvvisamente ho avuto la certezza che, anche se non avevamo mai gattonato insieme, sarebbe stato comunque per sempre. Ho capito, purtroppo in tarda età, che non è proprio vero che puoi condividere intimamente, nel senso di diventare amico nel più profondo significato del termine, solo con chi conosci da quando sei ragazzino o comunque giovane. Chissà quanta gente mi sono persa così. Comunque, inutile piangere sul latte versato, tanto per dire una banalità... diciamo che mi sono ampiamente rifatta, esplorando con diligenza inedite opportunità.
LaCri è a Roma, stavolta non abbiamo perso l'occasione. Mi dispiace solo che questa città stia mostrando proprio in questi giorni il suo lato peggiore: piove, fa freddo, c'è lo sciopero dei mezzi e il traffico è, come al solito in questi casi, impazzito.
LaCri come ziaConsu. Consuelo mi ha fatto capire che si può diventare amici anche da grandi, laCri che l'amicizia vera può arrivare anche dal web. Abbiamo tanta strada ancora da fare, certo, ma la partenza è ottima. Iniziamo a chiacchierare riprendendo discorsi iniziati sul blog o di corsa sul cellulare. Ha occhi molto belli: scuri, profondi e con un taglio particolare, esaltato da un filo di trucco. Fa freddo, per fortuna mi sono ricordata di mettere in borsa le chiavi dell'ufficio e ci rintaniamo lì, tanto oggi non ci sarà nessuno a disturbarci. Ci raccontiamo un po' di cose, cerchiamo di capire meglio cosa facciamo nelle nostre vite tutti i giorni. Ci annusiamo un po', insomma, e l'odore che sento è buono. Pranziamo insieme, abbiamo tempo, sono contenta di incontrarla da sola, perché riusciamo ad approfondire i discorsi con intensità, a capirci meglio. Penso che sul web si perde tanto: ascoltare la risata della Cri e guardarla negli occhi è tutta un'altra cosa.
Arriva il momento in cui deve andar via. Ci sarebbe ancora tanto da raccontarsi e ancora tanto discoprire l'una dell'altra, ma va bene anche così: la prossima volta riprendiamo da qua.

Ancora una cosa: posto questa splendida poesia di Gibram, dedicandola alla Cri e a tutti i miei amici.


Sull'amicizia
Di Kahil Gibram

E un adolescente disse: Parlaci dell'Amicizia.
E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
E' la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.
Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

15 novembre 1982

15 novembre 2005

Nel 1982 avevo sedici anni: uscita dal ginnasio, frequentavo ormai (era già ottobre) il primo liceo. Andavo a scuola in sella a un motorino velocissimo, un peugeot 103 nero al quale avevo fatto un rodaggio spettacolare. Se non sbaglio, i miei me lo avevano regalato in aprile, per il mio compleanno. Mi piaceva tradurre dal greco, prendevo da 9 a 10 nei compiti in classe di italiano e non capivo perché alcuni trovassero la matematica così affascinante. Il cervello a mille: leggevo solo libri impegnati, andavo ai cineforum, scrivevo pagine e pagine riempiendole con le mie idee anarcoidi sul mondo con la convinzione di aver già capito tutto o quasi. Volevo fare architettura per diventare urbanista e progettare spazi a misura di essere umano. Vestivo in jeans e camicia, clarke ai piedi. Alcune leggende metropolitane narrano ancora oggi che ero una rompicoglioni mai vista prima.
Nel 1982, un pomeriggio di quasi metà novembre, esco con Dany, compagna di merende nonché di liceo. A una certo punto mi dice: Ti presento un mio amico. È lui, biondastro con gli occhi verdi: mi sono sempre innamorata di uomini con gli occhi chiari. Qualche giorno dopo ci rivediamo e lui, inquadrato il tipo, mi invita a casa sua a studiare fisica (solo adesso comprendo la metafora). Anche lui primo liceo classico, una spada in latino: traduceva veloce anche al contrario. Mi accompagna giù al portone, mentre slego la catena del motorino mi rendo conto che sta per dirmi che... poi arriva un amico suo, che non capisce un tubo, e rompe l'atmosfera. Vado a casa un po'delusa e proprio mentre mi sfilo il giubbotto squilla il telefono. È lui: mi chiede di uscire domani pomeriggio perché tra noi qualcosa è rimasto in sospeso. Gli dico di sì senza pensarci un attimo.
Il giorno dopo era il 15 novembre, una giornata come tante altre che per noi sarebbe diventata speciale. È Stefano! diranno a questo punto i più acuti tra i miei giovani lettori. Ebbene sì, dopo ventitrè anni è ancora lui, usato parecchio ma perfettamente funzionante e non lo cambierei con uno più nuovo.
Insieme abbiamo fatto un mucchio di strada: non sempre è stato facile crescere e fare tante scelte insieme, armonizzando le nostre individualità. Insieme abbiamo riso e abbiamo anche pianto, più riso che pianto, per nostra fortuna. Credo che sia superfluo parlare d'amore, e anche fuori contesto: mi piace pensare a noi come a due piante alte e forti che sono cresciute vicine senza farsi ombra, permettendo l'una all'altra di trovare il proprio spazio e i propri colori. Ma sotto la terra, in profondità, le nostre radici sono ormai così intrecciate che nessuno mai potrà scioglierle... provare per credere.

Oggi racconto una storia

2 novembre 2005

Mery e Piera sono amiche fin da bambine. Ciascuna a modo suo è un po' sola e perciò stringono un'alleanza fatta di giochi e confidenze. Mery abita al secondo piano con la mamma, il suo papà è disperso in Russia e non lo ha mai conosciuto. Piera sta al quinto piano e spesso stanno tutte e due lì, nel tinello, a giocare con le pentoline sotto la finestra. Da figlie uniche diventano sorelle e insieme sognano il futuro.
Le due bambine crescono e adesso sono due ragazze carine che il sabato vanno a ballare con i fidanzati. Vanno di moda le calze di seta, ma loro non hanno soldi per comprarle e allora passano il pomeriggio a rovistare nella sacca in cui Bruna, la mamma di Mery, conserva tutte le sue calze spaiate, alla ricerca di due il cui colore sia abbastanza simile da poterle indossare. Poi si fanno belle e si asciugano i capelli al calore della stufa in cucina.
Mery e Piera si sono sposate: hanno il pancione insieme. Sembrano due mongolfiere con i capelli cotonati. Ridono sempre e stanno sempre insieme: hanno la fortuna di abitare ancora a poca distanza l'una dall'altra.
I loro figli adesso sono grandi: sono amici anche loro, legati da vero affetto. Sono così cresciuti che sono addirittura genitori a loro volta. Mery e Piera sono nonne. Purtroppo i nipotini di Mery sono lontani, vivono in un'altra città, ma Mery vede spesso quelli di Piera e Andrea e Giulia le vogliono tanto bene.
Mery tutte le mattine alle otto e venti si affaccia al balcone della sua casa, al quarto piano, e saluta con grandi gesti Andrea che passa con la sua mamma per andare a scuola. Andrea e la mamma guardano sempre in alto per vedere quel viso sorridente: è un appuntamento tenero e dolce.
Da questa mattina Mary non c'è più, ma noi continueremo a guardare quel balcone al quarto piano per tanto tempo ancora e ci sembrerà di averla ancora un po' vicina.

Frasi celebri

21 ottobre 2005

In questi giorni, purtroppo, passo di qui scappa e fuggi e anche il tempo per le consuete visite di aggiornamento sui blog amici è assai limitato. Per fortuna più o meno dalla settimana prossima torneremo alla normalità (chiamiamola così...).
Però una cosa mi scappa di scriverla e approfitto dei pochi minuti a disposizione dedicati a un miserando panino.
Ieri sera eravamo tutti e tre stanchi morti e stavamo facendoci un po' di coccole dopo cena. Il nanetto a un certo punto se ne esce con una frase delle sue. Mezzo addormentato afferma: Ho il cervello più grande dello stomaco.
Ci sono genitori orgogliosi dei propri figli perché prendono bei voti a scuola o perché sono bravi nello sport. Io e Stefano lo siamo perché il nostro rampolletto dimostra di avere davvero un cervellino di prim'ordine, a volte un po' eccentrico, ma di ottima fattura (non per vantarmi ma l'ho fatto e allevato personalmente).
Ho il cervello più grande dello stomaco: detto con sicurezza, come se ci stesse comunicando una verità ovvia. Avere o essere: il nanetto sceglie l'essere, il pensare, la proiezione e l'apertura verso l'esterno. Lo stomaco introietta, è tutto sommato avido e mi dà l'idea di pensare solo a quello che c'è al suo interno.
Magari Andrea intendeva tutta un'altra cosa... chi può dirlo?

A ciascuno i propri sogni

18 ottobre 2005

Dal Libro del Grande Bastardo, capitolo 9

Tratto da La compagnia dei Celestini, di Stefano Benni

Un giorno Algopedante e Pantamelo capitarono in una piazza ove si riuniva la gioventù del paese, videro schierati gli esponenti di due generazioni successive alla loro, che era stata fiera, combattiva, sfortunata e logorroica. Stavano, questi giovani, seduti all'interno di auto, o appoggiati a moto e motorini, quasi mancassero di equilibrio proprio e avessero bisogno di un puntello, e tutti erano elegantemente vestiti, ben nutriti e abbronzati e portavano occhiali scuri per nascondere l'innocenza dell'età.
...
Alcuni commentavano certami velistici o ultimi modelli di scarpa, altri discutevano se in certi casi è lecito uccidere i genitori, e soprattutto se è lecito chiedere la collaborazione degli amici per uccidere i propri genitori, il che rende l'operazione più semplice ma fa correre il rischio che si debba restituire il favore. E le ragazze commentavano l'abilità dei ragazzi nel far impennare la moto e i ragazzi la resistenza delle ragazze nella danza e sui muri erano iscritti scherzosi commenti quali Matteo cornuto ebreo e Tatiana pompinara fai pena, e così la dolce sera calava su Gladonia e ci si apprestava a rombare verso i luoghi del divertimento.
... E Algopedante disse: "Ma che generazione è mai questa che non ha altri ideali che vacanze, vestiti e carburatori? Quanto sono diversi da noi, che parlavamo di filosofia e amore, e di come cambiare il mondo?"
... "Non so che dire" disse Pantamelo "se non che quello che fanno, essi lo hanno imparato da qualcuno".
"Non certo da noi," disse Algopedante "i nostri sogni erano migliori dei loro".
"Forse," disse Pantamelo. "Oppure abbiamo sognato che i nostri sogni fossero migliori".

Domande difficili

11 ottobre 2005

La mia adorata creatura spesso mi fa domande imbarazzanti, tipo cosa è il numero infinito?, perché Berlusconi fa schifo? et similia. Qualche giorno fa Andrea mi chiede: Mamma, che vuol dire soìto? Lo guardo, sono arrampicata sulla scala e sto staccando le tende del salotto per ficcarle in lavatrice, è bello come il sole che si è finalmente riaffacciato su Roma (migliorando notevolmente il mio umore). "Cosa vuol dire soìto?". Comincio a pensare freneticamente: Che diavolo sarà? Un cartone animato giapponese? Un imbecille del wrestling? Un animale finora sconosciuto?
Non mi viene in mente nulla e allora indago più a fondo: "Dove l'hai sentita questa parolina, tesoro?". "A scuola". A volte contestualizzare aiuta, ma in questo caso niente da fare.
"Amore, mamma non lo sa. Dopo magari guardiamo su internet". Il nanetto se ne torna in camera sua e lo sento trafficare con i Lego. Penso che quando non si sa una cosa sia meglio confessarlo ai bambini: non mi piace che pensino che siamo onniscienti e onnipotenti, perché tanto prima o poi lo scoprono che non è vero.
Una mezz'ora più tardi sono in cucina, sto preparando la cena e all'improvviso ho un'illuminazione: soìto... so' ito, ecco cos'era! So' ito, non soìto. Mi precipito tutta fiera in camera sua e gli dico: "Vuol dire sono andato, ecco. Sono andato, in romanesco". Mi guarda e risponde: "Ah...", forse un po' deluso: è già più oltre, sta costruendo un mostro con le ruote e due razzi attaccati dietro.

Mi rendo conto che i non-romani probabilmente non potranno apprezzare fino in fondo lo spirito di questo post. A me l'equivoco in cui è incappato il nano ha fatto un po' ridere. Nessuno a casa parla in romanesco, non così almeno: lui ha sentito una parola nuova e ha chiesto, come fa in genere, cosa voleva dire. Però mi ha fatto anche pensare a quanto sia diverso l'asilo dalle elementari e a come queste siano un microcosmo molto più fedele alla realtà che poi si incontra davvero. Penso che, comunque, l'importante sia esserci sempre, per loro, e cercare di spiegargli le cose che vedono, a modo nostro certo, con i nostri limiti, aiutandoli a dare significato alle cose nuove, incastrandole al meglio con ciò che già conoscono.

Andrea, Lady Oscar & Quentin Tarantino

4 ottobre 2005

Non so quanti di voi possano essersene accorti, ma stanno ri-trasmettendo in TV il pomeriggio una serie di cartoni animati che a me piaceva infinitamente. Ai miei tempi Lady Oscar faceva battere il cuore delle ragazzine: chi se la ricorda? Altro che Candy Candy, melensa e sdolcinata: Lady Oscar sì che era una dura.
Il cartone, ripreso da un fumetto manga, racconta la storia di questa donna, educata dalla sua nobile famiglia come un uomo, alle soglie della Rivoluzione Francese. Oscar, a capo della guardia reale di Maria Antonietta, è un personaggio affascinante: bellissima e in divisa maschile, tira di scherma alla perfezione, vince tutti i duelli, rispettata e apprezzata dal popolo e dai nobili. Si dibatte tra il suo svolgere un ruolo da maschio e il lento scoprire il suo desiderio femminile, vivendo solo alla fine, prima della morte di entrambi durante la presa della Bastiglia combattendo per il popolo, il suo amore per André. Insomma, una donna determinata, che sa prendere le sue decisioni senza voltarsi indietro.
Comunque, a dispetto di queste dotte considerazioni, al nano non piace: non è interessato alla Rivoluzione Francese, alle storie d'amore e tanto meno alla domande sulla propria identità sessuale. Abbiamo visto insieme un paio di puntate ma niente da fare: ha notato solo con entusiasmo che è bionda (ha un debole), è bravissima con la spada e vince sempre i duelli.
Giorni fa stavamo andando a scuola tutti e tre insieme e il nano raccontava al padre di Lady Oscar quando passiamo davanti a un'edicola che espone un enorme poster di Kill Bill 2. Eccola lì Lady Oscar!, esclama Andrea indicando Uma Turman che brandisce la katana.
Santa innocenza... sfido chiunque però ad aver fatto il collegamento fra le due bionde prima di lui. Due donne determinate, due spade, due storie tragiche: il nanetto non immagina nemmeno quanto è andato vicino alla verità, per certi versi, in questo caso.
Quando sarà grande e vedrà questi due splendidi (per me) film di Tarantino devo ricordarmi di raccontargli questa storia.

Il weblog dei destini incrociati

29 settembre 2005

L'editore Franco Maria Ricci (non un mio parente, purtroppo) diede nel 1969 l'incarico a Italo Calvino di illustrare con un testo i tarocchi viscontei, conservati in parte a Bergamo e in parte a New York. Lo scrittore diede vita, è proprio il caso di dirlo, a quel testo straordinario che è Il castello dei destini incrociati, pubblicato nella sua interezza nel '73.
Il libro è diviso in due parti: Il Castello e La Taverna, introdotte entrambe da un preambolo iniziale in cui Calvino immagina che un viaggiatore, dopo aver attraversato un bosco, giunga in questi due luoghi, dove incontra altri viandanti. Tutti, per magia o incantesimo, hanno perduto la parola e narrano le loro storie individuali utilizzando le carte dei tarocchi. Per Il Castello viene utilizzato il mazzo visconteo, mentre per La Taverna quello di Marsiglia.
Calvino immagina dunque, in entrambi i casi, un labirinto narrativo che si dipana attraverso le carte, che vengono disposte man mano sul tavolo intorno al quale sono seduti i viaggiatori, i quali le utilizzano per raccontare il modo in cui sono giunti fin là. Le storie si intrecciano tra loro, i tarocchi entrano a far parte di più narrazioni secondo regole puntigliose che lo scrittore inventa per rendere il gioco coerente.
Commentando questa sua opera, Calvino dice che era sua intenzione di affiancare a Il Castello e a La Taverna una terza sezione. Ma quale può essere, si chiede, l'equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell'inconscio collettivo? Lo scrittore dice di aver pensato ai fumetti, accostando alle prime due ambientazioni, in una cornice analoga, Il motel dei destini incrociati. Alcune persone, sopravvissute a una misteriosa catastrofe, trovano riparo in un motel semidistrutto, dove riescono a trovare solo qualche foglio di giornale bruciacchiato: le pagine dei fumetti. Muti per lo spavento, i moderni viandanti raccontano le loro storie indicando le vignette seguendo un ordine personale. Ma Calvino non era convinto e lasciò perdere l'idea.
Penso che se questo grandissimo narratore fosse ancora vivo oggi, nell'era di Internet, affiancherebbe a Il Castello e a La Taverna non un motel, ma un weblog per raccontare l'incrociarsi dei destini. Ci serviamo di segni grafici, di immagini, di foto per raccontare il modo in cui siamo giunti fin qui, intrecciando le nostre storie, dicendo la nostra in un modo o nell'altro, ciascuno con il proprio stile narrativo, utilizzando quello che leggiamo per evocare ricordi, connettere fatti, raccogliere informazioni, scambiarsi pensieri. Costruiamo e percorriamo insieme ogni giorno un labirinto narrativo del tutto casuale, raccontiamo le nostre storie utilizzando il web, i nostri blog.
Mi piace chiudere questo post con una citazione tratta dalla parte iniziale de La Taverna:
Ci mettiamole mani tutti insieme, sulle carte, qualcuna delle figure messa in fila con altre figure mi riporta alla memoria la storia che mi ha portato qui, cerco di riconoscere cosa mi è successo e di mostrarlo agli altri che intanto sono lì e che cercano nelle carte pure loro, e mi mostrano col dito una figura o l'altra, e niente va bene con niente, e ci strappiamo le carte di mano, e le sparpagliamo per il tavolo.

Vedere bene da lontano

29 settembre 2005

Io e Stefano siamo entrambi miopi e portiamo gli occhiali. Da qualche giorno anche il nostro nanetto è trionfalmente un piccolo quattrocchi.
Ipermetropia infantile: a dispetto del suo soprannome è cresciuto negli ultimi mesi così in fretta che, dice l'oculista (davvero bonastro, consiglio una visita di controllo a tutte le signore), il bulbo oculare non si è ancora adeguato e quindi... Andrea non ci vede bene da vicino. Ecco dunque la necessità di un piccolo aiuto solo quando scrive, legge, disegna, gioca con il game boy o lavora al computer. Si tratta di un difetto minimo, in realtà, ma meglio intervenire per tempo.
Questa faccenda di vedere molto bene da lontano e fare difficoltà a inquadrare bene le cose vicine mi sembra una metafora molto carina di quello che è, per certi versi, il periodo dell'infanzia. Andrea, ad esempio vede molto bene quello che sarà il suo futuro: da grande vuole guidare la metropolitana. Non sospetta nemmeno che vuole fare una scelta coraggiosa. Di questi tempi è molto più sicuro fare l'astronauta o lo sceriffo. Nello stesso tempo, ciò che si svolge davanti ai suoi occhi è un po' nebuloso e pieno di incertezze, finché non diventa routine. Ci sarà la carta igienica a scuola? Cosa farò oggi? Tra quanti giorni è Natale? Perché in classe devo stare seduto?
Dare un senso, per un bambino, a quella che è la sua realtà vicina non è qualcosa di immediato. I tasselli devono andare al loro posto, incastrarsi per bene, diventare abitudine e poi certezza. Ci vuole un piccolo aiuto da parte nostra.
Il futuro invece è così lontano ma anche così chiaro: da grande guiderò la metropolitana.