lunedì 17 settembre 2007

E uscito Miao?

14 gennaio 2006

Non è un segreto che giocare sia una delle cose che preferisco fare. Anzi, forse avrei fatto migliore figura a indicarlo fra le mie 5 stranezze. Penso che questo fatto, in questo momento della mia vita in cui fare la mamma mi impegna molto piacevolmente, sia una vera e propria fortuna. Spesso mi capita di parlare con altri genitori per i quali mettersi a giocare con i propri figli rappresenta una pesante incombenza. Io mi diverto, invece, a trascorrere qualche ora con il mio nanetto immersi nel gioco: un po' di tutto. Sono brava a giocare con la playstation, con il pc, con il gameboy: quando Andrea mi dice sei grande, mamma! se riesco a finire un quadro difficile mi sento proprio orgogliosa.
Certo che i giochi sono davvero cambiati. Mio figlio mi guarda ancora un po' strano se gli racconto che quando avevo la sua età la TV era in bianco e nero e c'erano solo due canali che non trasmettevano nemmeno tutto il santo giorno. Se gli dico che non c'erano i DVD e i giochi elettronici... che Cenerentola si poteva vedere solo al cinema... Qualche anno fa ci ha fatto morire dalle risate: i miei genitori nella casa in campagna conservano in cucina ancora funzionante un vecchio piccolo televisore in bianco e nero. Quando Andrea lo vide acceso la prima volta corse dalla nonna (mia madre) dicendo allarmato a gran voce nonna, la TV in cucina è rotta! non ci sono i colori! Strano a pensarci, no? Pensare anche che lui non ha idea di cosa siano le lire, ad esempio... nel salvadanaio del Milan che laCri e Lele gli hanno regalato ci mette i centesimi di euro...
Comunque, torniamo al punto. Da ragazzina mi piaceva moltissimo giocare con i Lego: io e mio fratello costruivamo per ore città rosse con i tetti verdi. E poi c'erano le bamboline di carta da ritagliare con i vestitini da applicare con le linguette, gli album da colorare... Il Subbuteo! Ma ve lo ricordate con i giocatori piccolissimi le cui gambette si staccavano dalle basi e bisognava ogni tanto rimetterci la colla? Avevamo inchiodato il campo verde a una grande tavola di compensato che tenevamo appesa alla parete, quando non serviva. La TV dei ragazzi iniziava alle 16, se non ricordo male, ed era anche l'ora della merenda: pane e Nutella la richiesta più frequente. Giocavo un sacco anche con il Dolce Forno: venivano fuori delle disgustose focaccette gommose che nessuno voleva mai assaggiare.
Mio nonno Gottardo era un grandissimo inventore di giochi: giochi di esplorazione, soprattutto. Riusciva a farci esplorare una foresta sconosciuta e piena di pericoli nel cuore di villa Pamphili... a poche fermate di 31 da casa nostra. Portava sempre la pizza bianca per sostentarci durante il viaggio. E poi faceva un gioco indimenticabile: prendevamo un autobus vicino casa, poi un altro e poi scendevamo in un posto qualsiasi. Lui faceva finta di essersi perso nella città. Come faremo adesso a tornare a casa? Qui non ci sono mai stato. Ricordo ancora con un piacere immenso quello splendido miscuglio di paura e fiducia che mi prendeva, pensando al pericolo che stavo correndo lontano da casa e la sicurezza, comunque, che nonno avrebbe ritrovato la strada giusta. Chiediamo a qualcuno dove siamo� E partiva l'esplorazione. Devo ricordarmi di giocarci una volta con Andrea. Gottardo era anche un grande narratore: ci raccontava episodi divertenti di quando era bambino... di molti non sono ancora riuscita a capire se erano veri o inventati. Forse un po' tutti e due.
E poi c'era Miao, il mio preferito. Era un giornalino con tutte cosine da ritagliare, incollare, costruire, completare, colorare. Mi piaceva da morire, guardo sempre sulle bancarelle o nei libri usati per vedere di rimediarne almeno una copia da conservare tutta per me. Mi ricordo perfettamente che una volta alla settimana andavo dal giornalaio, la mia mano in quella di mia madre, e chiedevo: è uscito Miao?

Gottardo, Girardengo & De Gregori

14 marzo 2005

Mio nonno si chiamava Gottardo, non chiedetemi come mai i suoi genitori avessero deciso di chiamarlo così perché non lo so. Era nato nel 1914 e sono ormai tanti anni che non c’è più. Per me e mio fratello è stato un nonno speciale: era molto bravo e accogliente con i bambini, un po’ meno con gli adulti ma questa è un’altra storia. Era un appassionato di ciclismo, non tanto in prima persona, anche se gli piaceva molto andare in bicicletta. Amava seguire in televisione e sui giornali il Giro d’Italia e la Milano-Sanremo. Sulla spiaggia in estate costruiva delle bellissime piste con la sabbia su cui facevamo decine di tornei con le palline di plastica trasparente (ve le ricordate?), molto leggere, con all’interno le immagini dei campioni del ciclismo. Guardavamo con lui le gare alla TV, un po’ ci annoiavamo perché ci sembravano tutte uguali, non succedeva mai niente di speciale e non vedevamo l’ora che tornasse a giocare con noi… personalmente non ho mai capito lo spirito del ciclismo, anche se nonno Gottardo mi diceva che era un gioco di squadra e che dove dovevi essere davvero molto forte e paziente per arrivare al traguardo. Ci raccontava la storia di Coppi e Bartali, la Dama Bianca, Alfredo Binda… ma soprattutto diceva che per lui il più grande campione di tutti i tempi era stato Costante Girardengo. Era stato il campione della sua infanzia e adolescenza, quando si poteva seguire il Giro solo sui giornali e possedere una bici era un sogno per la maggior parte dei ragazzini. Quello che non mi aveva raccontato e che ho scoperto solo qualche anno fa riguarda l’amicizia di Girardengo con un famoso bandito italiano dell'epoca: Sante Pollastri, suo grande tifoso. Era sempre riuscito a farla franca, ma quando un poliziotto scoprì sua la passione per il ciclismo e per il grande campione, riuscì ad arrestarlo nei pressi di un traguardo dove Sante aspettava l’arrivo dell’amico. Questo episodio della vita di Girardengo suggerì a Francesco De Gregori l’idea per una canzone che a me piace molto e che riporto di seguito.
Anche a Gottardo sarebbe piaciuta, purtroppo non ha potuto ascoltarla.

Anche voi giocavate con i Lego?

24 febbraio 2005


Io e Andrea passiamo interi pomeriggi a giocare con i Lego. Li ha scoperti molto presto, prima quelli di formato molto grande, per i piccolissimi, ora gli piacciono molto i classici mattoncini rossi. Per fortuna mia madre, anni fa, si è dimostrata lungimirante conservandoli per tutto questo tempo. I Lego con cui giochiamo io e Andrea adesso sono gli stessi con cui giocavamo io e mio fratello quando eravamo bambini. Passavamo ore a costruire casette, macchinine, stazioni… città intere di Lego. Ricordate? I mattoncini erano rossi o bianchi, le “basi” in genere verdi per simulare i prati, poi c’erano le porte, le finestre di due formati con le imposte verdi, le ruote, i pezzi a forma di tegole per fare i tetti. C’erano anche i personaggi da costruire: mamma e papà, due bambini, la nonna… la famiglia tipo degli anni ’70. Avevamo migliaia di mattoncini che erano tenuti nei fustini tondi e rigidi del detersivo per la lavatrice. Poi c’erano le scatole di montaggio, che, seguendo le istruzioni, ti permettevano di costruire la base lunare, il mulino, la fabbrica, l’autobus londinese. Contenevano i pezzi necessari alla realizzazione, che in genere erano “speciali”, diversi da quelli delle scatole ordinarie e i fogli illustrati con le istruzioni. Quando mio fratello e io abbiamo smesso di giocarci (non ricordo quando, ma non eravamo poi tanto piccoli), la mia mamma li ha imballati per bene e messi via, avendo anche cura di conservare le famose “scatole speciali”. Sono quelli con cui giochiamo adesso con Andrea. Meno male che ebbe questa idea, perché i Lego che si trovano adesso nei negozi di giocattoli non li riconosco più. Tempo fa io e Stefano li abbiamo preso questo tesoro e lo abbiamo portato a casa nostra. Purtroppo, nella maggior parte delle scatole di montaggio “speciali” erano sparite le istruzioni. Non mi sono arresa, ormai mi ero messa in testa di ricostruire la base lunare e quindi smanettando sulla rete sono riuscita a trovare un sito meraviglioso (www.brickshelf.com) dove sono contenute tutte le istruzioni di montaggio di tutte le serie Lego messe sul mercato. È fantastico: puoi clikkare sull’immagine della cosa che vuoi costruire e ti appaiono le istruzioni così come erano all’origine (si possono anche stampare). Provare per credere. Vale la pena notare, osservando le illustrazioni in sequenza cronologica, il diverso modo di rappresentare la vita familiare, le auto, le città dagli anni ’70 ad oggi. Fa un po’ tristezza ma è un tuffo nel passato che consiglio a tutti coloro che hanno amato i Lego.

Desideri irrealizzabili

17 febbraio 2005

Ho tanti desideri e penso che prima o poi riuscirò a realizzarli, in un modo o nell’altro.
Uno però so già che non lo raggiungerò mai. Mi piace la montagna, mi piace il trekking: io e Stefano siamo due montanari estivi. Negli ultimi anni siamo andati soprattutto al mare, Andrea si mette a mollo intorno alle 10 del mattino e lo ripeschiamo in serata. Però… la montagna, le Dolomiti sono un’altra cosa. Svegliarsi presto e preparare lo zaino, riempire le borracce, mettersi gli scarponi e salire. Le rocce che all’alba e al tramonto assumono una tonalità rosata. Non incontrare nessuno per ore e poi arrivare a un rifugio e mettersi a chiacchierare con chi trovi già lì. La cioccolata calda quando fa freddo. La montagna è qualcosa che, ho sempre pensato, ti mette di fronte ai tuoi limiti e mi piace anche per questo. La fatica di salire e magari pensare che non ce la fai a tornare indietro. Le vertigini che ti prendono in un momento in cui non dovrebbero proprio e provare la paura. In montagna, si dice, quando hai paura devi fermarti: è vero, altrimenti diventa pericolosa.
Ecco, il mio desiderio irrealizzabile è quello di salire sull’Everest. So che non ce la farei mai, perché non ho, come si dice, il fisico adatto e, probabilmente, non ho nemmeno il coraggio e la forza di arrivare fin lassù. Prima o poi andremo in Tibet e in Nepal, lo stiamo dicendo da un sacco di tempo, e io mi accontenterò di osservare la vetta dell’Everest da lontano, pensando che è bello lo stesso anche il semplice fatto di poterla vedere almeno una volta nella vita.
Bisogna accettare i propri limiti, è l’unico modo per superarli.

S. Valentino alla rovescia

13 febbraio 2005

Impossibile ignorare il 14 febbraio, un “postino” va fatto.
Questo sarà il 23° S. Valentino che io e Stefano passiamo insieme: ci siamo regalati tutto il regalabile (se considerate anche i compleanni, i Natali, gli anniversari) e quindi potete immaginare la fatica di trovare ogni volta qualcosa di originale, divertente e soprattutto “pensato”. Non dico cosa ho preso per lui perché è una sorpresa per questa sera e so che viene ogni giorno a visitare questo blog, anche se non lascia mai commenti (scritti, a voce anche troppi).
Che dire di questa ricorrenza? Troppo facile parlarne descrivendo uscite piacevoli, vacanzine a due, cenette a lume di candela, che pure sono sacrosante e necessarie.
S. Valentino, secondo me, è una ricorrenza da festeggiare tutti i giorni “in trincea”.
S. Valentino è trascorrere un noioso week-end a casa perché nostro figlio ha l’influenza.
S. Valentino è appaiare e rammendare calzini (i frequentatori abituali sanno di cosa parlo).
S. Valentino è sorridere quando la sera si addormenta sul divano (qualche volta, doveroso precisare).
S. Valentino è fare finta di niente quando guardo le foto che mi fa dove sembro sempre più brutta e soprattutto più vecchia.
S. Valentino è stirare le camicie.
S. Valentino è sopportare con stile le sue piccole manie, nevrosi, puntigli.
S. Valentino è non parlarsi per un paio di giorni perché abbiamo litigato, aspettando di vedere chi dei due cede prima.
S. Valentino è essere ancora in due a costruire ogni giorno, come quando eravamo ragazzini, il nostro futuro insieme. L’importante è divertirsi ancora tanto a farlo.

Grandi cambiamenti

1° febbraio 2005

Ho sempre cercato, in questi cinque anni, di tenere mio figlio Andrea il più lontano possibile dalla televisione. In genere il pomeriggio, quando siamo insieme, preferisco giocare con lui sia perché me lo chiede sia perché mi piace e mi diverto anche io. Penso che tra qualche anno lui non mi cercherà più come adesso e quindi voglio godere della sua compagnia finché è possibile. Quando era piccolo gli piacevano moltissimo alla TV i Teletubbies, di cui avevamo anche le videocassette: erano insostituibili per fargli mangiare tutte le brodaglie nutrienti che gli preparavo e devi dire che erano effettivamente tanto carini. Elaborati da una task force di psicologi e psicopedagogisti della BBC erano delicati, divertenti ed educativi. Poi è arrivato yu-gi-oh, le bayblade, il signore degli anelli, harry potter. Circa un anno fa io e Andrea, con una struggente cerimonia di addio, abbiamo preso tutte le cassette dei Teletubbies, ormai considerati dal pargolo “da piccoli”, e li abbiamo messi nello sgabuzzino, dal momento che non li vedeva ormai più e i VHS cominciavano a germinare spontaneamente. Ieri pomeriggio tornavamo a casa, romanticamente mano nella mano, e parlavamo dei film che gli piacciono: Shrek, gli Incredibili, Harry Potter, Le due torri. A un certo punto mi dice: “Mamma, possiamo togliere anche i cartoni di Pimpa”. Può sembrarvi una stupidaggine, ma mi ha tanto colpito: è da queste piccole cose che capisco che sta diventando grande. Separarmi da Pimpa dispiace più a me che a lui.

Siamo tutti un po’ Shahrazàd

Mi piace leggere storie. Uno dei motivi per cui ho aperto questo blog è proprio questo: leggo le storie che scrivete e vi racconto le mie, uno scambio equo e solidale. Mi dispiace non saper inventare racconti e dargli una forma… peccato, sarà per la prossima vita. Forse è proprio per questo che sono affascinata dagli intrecci, dalle strutture narrative che si intersecano e completano in modo perfetto. Mi diverte moltissimo cercare significati e connessioni laddove, apparentemente, non ce ne sono.

In questi giorni ho girato un po’, era tanto che non lo facevo, tra blog sconosciuti, in punta di piedi per non disturbare, senza lasciare commenti. Solo per il gusto di leggere e incastrare tra loro frammenti di vite lontane e diverse, descritte a volte con ironia, altre con passione o distacco. Metafore, allusioni alla realtà di tutti i giorni.

Mi sono inoltrata nei “boschi narrativi” del web, una passeggiata interessante e densa di emozioni, un piacere notturno consumato nella casa silenziosa e tranquilla, mentre Stefano e Andrea dormono. Partire da un blog trovato in hp, magari, vedere di cosa si tratta, andare indietro nel tempo e curiosare tra i link. Si iniziano percorsi straordinari, a volte, in cui frammenti di storie ne incontrano altri, formando un disegno che nessuno ha progettato, che si è formato da solo, con grazia e leggerezza.

E allora mi è venuta in mente lei, Shahrazàd, la tessitrice delle notti. Conoscete Le Mille e una Notte? Il sultano Shahrivàr, tradito dalla moglie, non vuole fidarsi mai più delle donne. Trascorre ogni notte con una vergine diversa, poi il mattino dopo la fa giustiziare, in modo tale che non potrà mai essergli infedele. Dopo tre anni in cui molte fanciulle sono morte in questo modo Shahrazàd, la figlia del visir, decide di darsi in sposa al sultano, per cercare il modo di fermare la strage. Dopo l’amore, la ragazza inizia a raccontare una storia intrigante fino all’arrivo del mattino, che la interrompe prima di essere giunta alla fine. Shahrivàr dà ordine quindi di non ucciderla per conoscerne la conclusione. E Shahrazàd così va avanti per mille e una notte, narrando storie che si intrecciano come gli anelli di una catena, che contengono al loro interno altre storie, come scatole cinesi. Infine, il sultano decide che forse non tutte le donne vale la pena di uccidere: racconto dopo racconto, notte dopo notte, si è innamorato di lei.

Eccola, dunque: la blogosfera come Shahrazàd, affabulatrice e seducente, che manipola e propone infinite storie frutto di incroci e contaminazioni, frammenti di vite diverse ambientate in luoghi il più delle volte imprecisati, come quelli delle fiabe, in un tempo narrativo che nella maggior parte dei casi è un presente che indulge al passato, perché altrimenti è impossibile raccontarsi e farsi capire da chi non ti conosce. Nella blogosfera, come ne Le Mille e una Notte, i personaggi spesso hanno solo un nome, un nikname, e un compito: quello di portare avanti una parte della storia.

Buona passeggiata a tutti.

domenica 16 settembre 2007

De amicitia

28 novembre 2005

Guardo con impazienza la gente che esce dalla metropolitana. Cerco capelli neri e una fronte alta e spaziosa. Ma perché non ho ripassato per bene la foto sul suo blog stamattina, prima di uscire di casa? Invece la riconosco subito e le vado incontro: curioso, sono emozionata.
Fino a qualche anno fa pensavo che i miei amici veri sarebbero stati solo quelli che conosco da una vita. Quelli con cui si è cresciuti insieme e con cui si è condiviso tanto. Chi mi ha fatto cambiare idea è stata ziaConsu: quando siamo diventate amiche, ormai quasi dieci anni fa, ho improvvisamente ho avuto la certezza che, anche se non avevamo mai gattonato insieme, sarebbe stato comunque per sempre. Ho capito, purtroppo in tarda età, che non è proprio vero che puoi condividere intimamente, nel senso di diventare amico nel più profondo significato del termine, solo con chi conosci da quando sei ragazzino o comunque giovane. Chissà quanta gente mi sono persa così. Comunque, inutile piangere sul latte versato, tanto per dire una banalità... diciamo che mi sono ampiamente rifatta, esplorando con diligenza inedite opportunità.
LaCri è a Roma, stavolta non abbiamo perso l'occasione. Mi dispiace solo che questa città stia mostrando proprio in questi giorni il suo lato peggiore: piove, fa freddo, c'è lo sciopero dei mezzi e il traffico è, come al solito in questi casi, impazzito.
LaCri come ziaConsu. Consuelo mi ha fatto capire che si può diventare amici anche da grandi, laCri che l'amicizia vera può arrivare anche dal web. Abbiamo tanta strada ancora da fare, certo, ma la partenza è ottima. Iniziamo a chiacchierare riprendendo discorsi iniziati sul blog o di corsa sul cellulare. Ha occhi molto belli: scuri, profondi e con un taglio particolare, esaltato da un filo di trucco. Fa freddo, per fortuna mi sono ricordata di mettere in borsa le chiavi dell'ufficio e ci rintaniamo lì, tanto oggi non ci sarà nessuno a disturbarci. Ci raccontiamo un po' di cose, cerchiamo di capire meglio cosa facciamo nelle nostre vite tutti i giorni. Ci annusiamo un po', insomma, e l'odore che sento è buono. Pranziamo insieme, abbiamo tempo, sono contenta di incontrarla da sola, perché riusciamo ad approfondire i discorsi con intensità, a capirci meglio. Penso che sul web si perde tanto: ascoltare la risata della Cri e guardarla negli occhi è tutta un'altra cosa.
Arriva il momento in cui deve andar via. Ci sarebbe ancora tanto da raccontarsi e ancora tanto discoprire l'una dell'altra, ma va bene anche così: la prossima volta riprendiamo da qua.

Ancora una cosa: posto questa splendida poesia di Gibram, dedicandola alla Cri e a tutti i miei amici.


Sull'amicizia
Di Kahil Gibram

E un adolescente disse: Parlaci dell'Amicizia.
E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
E' la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.
Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

15 novembre 1982

15 novembre 2005

Nel 1982 avevo sedici anni: uscita dal ginnasio, frequentavo ormai (era già ottobre) il primo liceo. Andavo a scuola in sella a un motorino velocissimo, un peugeot 103 nero al quale avevo fatto un rodaggio spettacolare. Se non sbaglio, i miei me lo avevano regalato in aprile, per il mio compleanno. Mi piaceva tradurre dal greco, prendevo da 9 a 10 nei compiti in classe di italiano e non capivo perché alcuni trovassero la matematica così affascinante. Il cervello a mille: leggevo solo libri impegnati, andavo ai cineforum, scrivevo pagine e pagine riempiendole con le mie idee anarcoidi sul mondo con la convinzione di aver già capito tutto o quasi. Volevo fare architettura per diventare urbanista e progettare spazi a misura di essere umano. Vestivo in jeans e camicia, clarke ai piedi. Alcune leggende metropolitane narrano ancora oggi che ero una rompicoglioni mai vista prima.
Nel 1982, un pomeriggio di quasi metà novembre, esco con Dany, compagna di merende nonché di liceo. A una certo punto mi dice: Ti presento un mio amico. È lui, biondastro con gli occhi verdi: mi sono sempre innamorata di uomini con gli occhi chiari. Qualche giorno dopo ci rivediamo e lui, inquadrato il tipo, mi invita a casa sua a studiare fisica (solo adesso comprendo la metafora). Anche lui primo liceo classico, una spada in latino: traduceva veloce anche al contrario. Mi accompagna giù al portone, mentre slego la catena del motorino mi rendo conto che sta per dirmi che... poi arriva un amico suo, che non capisce un tubo, e rompe l'atmosfera. Vado a casa un po'delusa e proprio mentre mi sfilo il giubbotto squilla il telefono. È lui: mi chiede di uscire domani pomeriggio perché tra noi qualcosa è rimasto in sospeso. Gli dico di sì senza pensarci un attimo.
Il giorno dopo era il 15 novembre, una giornata come tante altre che per noi sarebbe diventata speciale. È Stefano! diranno a questo punto i più acuti tra i miei giovani lettori. Ebbene sì, dopo ventitrè anni è ancora lui, usato parecchio ma perfettamente funzionante e non lo cambierei con uno più nuovo.
Insieme abbiamo fatto un mucchio di strada: non sempre è stato facile crescere e fare tante scelte insieme, armonizzando le nostre individualità. Insieme abbiamo riso e abbiamo anche pianto, più riso che pianto, per nostra fortuna. Credo che sia superfluo parlare d'amore, e anche fuori contesto: mi piace pensare a noi come a due piante alte e forti che sono cresciute vicine senza farsi ombra, permettendo l'una all'altra di trovare il proprio spazio e i propri colori. Ma sotto la terra, in profondità, le nostre radici sono ormai così intrecciate che nessuno mai potrà scioglierle... provare per credere.

Oggi racconto una storia

2 novembre 2005

Mery e Piera sono amiche fin da bambine. Ciascuna a modo suo è un po' sola e perciò stringono un'alleanza fatta di giochi e confidenze. Mery abita al secondo piano con la mamma, il suo papà è disperso in Russia e non lo ha mai conosciuto. Piera sta al quinto piano e spesso stanno tutte e due lì, nel tinello, a giocare con le pentoline sotto la finestra. Da figlie uniche diventano sorelle e insieme sognano il futuro.
Le due bambine crescono e adesso sono due ragazze carine che il sabato vanno a ballare con i fidanzati. Vanno di moda le calze di seta, ma loro non hanno soldi per comprarle e allora passano il pomeriggio a rovistare nella sacca in cui Bruna, la mamma di Mery, conserva tutte le sue calze spaiate, alla ricerca di due il cui colore sia abbastanza simile da poterle indossare. Poi si fanno belle e si asciugano i capelli al calore della stufa in cucina.
Mery e Piera si sono sposate: hanno il pancione insieme. Sembrano due mongolfiere con i capelli cotonati. Ridono sempre e stanno sempre insieme: hanno la fortuna di abitare ancora a poca distanza l'una dall'altra.
I loro figli adesso sono grandi: sono amici anche loro, legati da vero affetto. Sono così cresciuti che sono addirittura genitori a loro volta. Mery e Piera sono nonne. Purtroppo i nipotini di Mery sono lontani, vivono in un'altra città, ma Mery vede spesso quelli di Piera e Andrea e Giulia le vogliono tanto bene.
Mery tutte le mattine alle otto e venti si affaccia al balcone della sua casa, al quarto piano, e saluta con grandi gesti Andrea che passa con la sua mamma per andare a scuola. Andrea e la mamma guardano sempre in alto per vedere quel viso sorridente: è un appuntamento tenero e dolce.
Da questa mattina Mary non c'è più, ma noi continueremo a guardare quel balcone al quarto piano per tanto tempo ancora e ci sembrerà di averla ancora un po' vicina.